"La Giustizia deve avere il suo corso, come Garibaldi."
Marcello Marchesi

"In un mondo senza malinconia gli usignoli si metterebbero a ruttare."
Emil Cioran

domenica 7 febbraio 2010

Quanti momenti diversi, quanti scarti di emozioni, cambi di marcia – con l’umore che si assesta alla catena come in una bicicletta. Ho la presunzione di immaginarmi profondamente sensibile. E vorrei tutti intorno, anche voi, per raccontarvi quello che provo, o quello che accade, di momento in momento. Quello che accade, talvolta, solo nella mia testa.
Poi però penso che se solo mi ci provassi, facendolo mi risulterei schiettamente antipatico; mi rendo conto che somiglierebbe ad un sermone – cannando clamorosamente l’intenzione. Non mi riuscirebbe nemmeno, poiché sono quasi un disadattato sociale, certe volte. Misantropo, orso, eppure curioso. Quando sono in mezzo a troppi simili mi si inceppa la lingua, mi perdo le sillabe - la testa partorisce ottime cose, la bocca le rovina. Eppure, da ciò che ho evinto, traspare nonostante tutto la chiara disposizione d’animo ad apprendere, a conoscere. Ci vuol pazienza, e allora posso essere un uditore entusiasta. Per tutto ciò che mi si vuole raccontare, posso trovare affascinante persino la mancanza di fascino, com’era per Truman Capote; ma manco completamente delle norme di buona creanza. Per intenderci: non domanderò mai di mia iniziativa come va il lavoro, o quanto una certa persona ha pagato la macchina. A chi mi dirà – Ho fatto una bellissima passeggiata! – difficilmente chiederò – Ah, sì? E dove? Perché non mi interessa – ed è un “non m’interessa” di vera premura: non ho mai gradito molto l’intrusione altrui, per cui ho il terrore di essere invadente. Mi bevo attentamente quel che mi si dice, per pura infusione di umanità.
Così difficilmente racconterei di un numero esiguo di giorni in cui sono passati diversi stati d’animo sotto la bicicletta, benché la superficie sotto le ruote non mostrasse increspature. Alla fine ho sempre pensato che, con qualche rarissima eccezione, ho un lago scuro impassibile, sottoterra. E questo sono.
Eppure mi agito, viaggio – tutto interiormente, e mi riempio gli occhi di romanzi.
Stamattina, passeggiata al mercato come tanti altri sabati. E come si fa a non avere capogiri di suggestione con così tanti e differenti stimoli? Una donna si è fermata al banco della frutta, un po’ distante da noi. L’ho notata pur essendo sovrappensiero, perché ha chiesto dei cavolfiori “non eccessivamente grossi”.
Mi pare una richiesta più che legittima. Eppure io non l’avrei mai fatta.
Tante volte basta un nulla per farsi una trama.
Passeggiando e chiacchierando con la mia bella, seguivo curiosamente questa donna con lo sguardo. Senza alcuna malizia. Ed era già romanzesco tutto questo. Lei esaminava la merce in punta di dita. Poco più avanti ho scoperto che in realtà era accompagnata da un giovane uomo, ed è stata un’illuminazione portentosa. Allora, facendo attenzione al tono della voce, ho detto alla mia bella – Mi sto chiedendo com’è la vita di quell’uomo…
In quella curiosità non c’era traccia di pregiudizio o luogo comune. Puro e semplice interesse ad una storia. L’attenzione s’era spostata su di lui, il personaggio che sarebbe stato il narratore, in un attimo. Torino è piena di edifici d’epoca, non necessariamente di lusso. Anche lontani dal centro, ed anche in condizioni poco decorose. Se le luci sono accese e la giornata non è troppo luminosa, un paio di tende leggere bastano a mostrare figure che si muovono. E io m’invento un sacco di sciocchezze. M’immagino qualcuno che accudisce un malato in casa, m’immagino un giornalista che scrive, m’immagino una telefonata concitata di una donna a suo fratello per confessargli di aver tradito il marito. Quand’ero più giovane e immaturo ero stupidamente inflessibile, ora origlierei senza condanne.
Vedo tante facce anziane piene di storie, facce che sembrano italiane e parlano straniere – e viceversa. Vedo un sacco di gente, e penso che sanno molte cose che io non so. Il cinese che passa sa certamente scrivere in bellissimi, scarni ideogrammi, ed io non lo saprò fare mai, probabilmente.
Torno a casa, e vedo ammucchiate le cose che mia sorella mi ha tenuto da parte, sgomberando la camera al piano di sopra, nella casa dei miei dove abitavo prima di conoscere la persona che amo.
E sono felice, perché era ora, ed è un motivo grandioso: sta per arrivare il mio primo nipotino.
C’è anche una busta, piena di lettere di una ragazza che ho amato, prima. Una ragazza che mi ha adorato, nonostante una mia enorme immaturità. Una ragazza che il mio amore di ora conosce e apprezza sinceramente. Che ora è un vero e limpido affetto nella mia vita, ma che ogni volta aspetta un passo da me per riversarmi la sua piena di novità. In quella busta ci sono anche le mie lettere, saranno un paio, forse tre. La mia Lei di ora mi dice premurosa che forse una scatola sarebbe più decorosa per contenerle. Io le dico che penso proprio non sia il caso, e poi in cantina c’è umidità che rovinerebbe il cartone rendendolo inutile.
Forse, con ingenuità, voglio manifestare sguaiatamente che posso essere davvero distaccato da quell’età.
Domani torno nella casa dei miei, con quello che voglio sia il mio amore fino alla morte, a festeggiare il cinquantesimo compleanno di mia mamma. Una mamma bellissima, bizzarra e moderna che, per molti versi, ne dimostra almeno dieci di meno. Forte, e capace di imparare da noi figli tante cose, tutti insieme. Di imparare da noi anche insieme a mio padre, del quale ho una nostalgia spaventosa, e il quale si sta perdendo tante cose – tra cui il primo nipotino che arriva. Il quale chissà se sa quanto mi ha rovinato l’idea che tutti avevano che fossi un piccolo genio – idea che ha fatto sì che mi perdessi i suoi migliori insegnamenti, quelli che ritenevo troppo popolani. Che mi fanno respirare freneticamente la notte, se penso che non glielo posso dire, e che mi fanno desiderare, a volte, di non avere più altri affetti e finalmente poter tentare l’unica strada per incontrarlo. L’unico, profondo desiderio di ora.

Come farei, ecco, a raccontare tutto questo con calma? A spiegarlo con pacatezza, senza l’aria da fulminato se, una volta no e due sì, la bocca va più a rilento del cervello?

giovedì 28 gennaio 2010

Come and live with me...

Un post breve breve, come i tre minuti per lavare i denti, prima di andare a dormire.
C'è che, su un blog di cui probabilmente vi parlerò, ho scoperto un brano. E me ne sono innamorato. E visto che in fondo vi voglio bene, volevo farvelo ascoltare - magari piace anche a voi...
E' un blues struggente, con una voce maschile bellissima che canta parole di arresa all'amore, su un tappeto trip-hop... Io lo trovo stupendo. E per mio conto, con il vostro permesso, lo dedico alla mia adorata. Ognuno faccia la sua dedica.
Loro sono i Massive Attack, la voce è di Terry Callier, e il pezzo è "Live with me".
A poi...

mercoledì 27 gennaio 2010

Nulla di meno che ricordare...

"Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti"
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000

Art. 1.
1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Art. 2.
1. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere

Legge 20 luglio 2000, n. 211



"Ci sono cose che tutti vogliono dimenticare. Ma io no. Io della mia vita voglio ricordare tutto, anche quella terribile esperienza che si chiama Auschwitz: due anni in Polonia (e in Germania), due inverni, e in Polonia l'inverno è inverno sul serio, è un assassino.., anche se non è stato il freddo la cosa peggiore.

Tutto questo è parte della mia vita e soprattutto è parte della vita di tanti altri che dai Lager non sono usciti. E a queste persone io devo il ricordo: devo ricordare per raccontare anche la loro storia. L'ho giurato quando sono tornata a casa; e questo mio proposito si è rafforzato in tutti questi anni, specialmente ogni volta che qualcuno osa dire che tutto ciò non è mai accaduto, che non è vero."


(Dal libro "Gli anni rubati" di Settimia Spizzichino - unica donna scampata alla razzia nazista del 16 ottobre 1943 a Roma)


Dal libro "16 ottobre 1943" di Giacomo Debenedetti - una cronaca straziante e precisa, un'istantanea raccontata con una capacità che, a fine libro, ancora si stenta a crederla possibile. Inutile dire che ne consiglio caldamente la lettura:
“…Fino a poche settimane prima, ogni venerdì sera, all’accendersi della prima stella, si spalancavano le grandi porte della Sinagoga, quelle verso la piazza del Tempio. Perché le grandi porte, invece delle bussole laterali e un po’ recondite come tutte le altre sere? Perché invece degli sparuti candelabri a sette bracci, quello sfavillare di tutte quante le luci, che traeva fiamme dagli ori, splendore dagli stucchi - gli stemmi di Davide, i nodi di Salomone, le Trombe del Giubileo - e sontuosi bagliori dal broccato della cortina appesa davanti all’Arca Santa, all’Arca del Patto col Signore? Perché ogni Venerdì, all’accendersi della prima stella, si celebrava il ritorno del Sabbato. […] «Vieni, o amico, vieni incontro al Sabbato…» Era il mistico invito ad accogliere il Sabbato che giunge, che giunge come una sposa. Giungeva invece nell’ex-Ghetto di Roma, la sera di quel venerdì 15 ottobre, una donna vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia. Non può esprimersi, l’agitazione le ingorga le parole, le fa una bava sulla bocca. E’ venuta da Trastevere di corsa. Poco fa, da una signora presso la quale va a mezzo servizio, ha veduto la moglie di un carabiniere, e questa le ha detto che il marito, il carabiniere, ha veduto un tedesco, e questo tedesco aveva in mano una lista di 200 capi-famiglia ebrei, da portar via con tutte le famiglie…”

“…I tedeschi bussarono, poi non avendo ricevuto risposta sfondarono le porte. Dietro le quali, impietriti come se posassero per il più spaventosamente surreale dei gruppi di famiglia, stavano in esterrefatta attesa gli abitatori, con gli occhi da ipnotizzati e il cuore fermo in gola…”


“…A taluni di quei giovanotti (i nazisti) non sembrò vero di poter disporre di un automezzo, sia pure carico di ebrei razziati, per fare un po’ di giro turistico della città. Sicché, prima di raggiungere il luogo di concentramento, i disgraziati che stavano nell’interno dovettero subire le più capricciose peregrinazioni, sempre più incerti sul loro destino e, ad ogni nuova svolta, ad ogni nuova via che infilassero, assaliti da diverse e tutte inquietanti congetture. Naturalmente, la meta più ambita di quei camion era Piazza S. Pietro, dove parecchi dei camion stazionarono a lungo. Mentre i tedeschi secernevano i “wunderbar” da costellarne il racconto che si riservavano di fare, in patria, a qualche Lili Marleen, dal di dentro dei veicoli si alzavano grida e invocazioni al Papa, che intercedesse, che venisse in aiuto. Poi i camion ripartivano, e anche quest’ultima speranza era svanita…”

“…Verso l’alba del lunedì, i razziati furono messi su autofurgoni e condotti alla stazione di Roma-Tiburtino, dove li stivarono su carri bestiame, che per tutta la mattina rimasero su un binario morto. Una ventina di tedeschi armati impedivano a chiunque di avvicinarsi al convoglio.

Alle ore 13,30 il treno fu dato in consegna al macchinista Quirino Zazza. Costui apprese quasi subito che nei carri bestiame "erano racchiusi" – così si esprime una sua relazione- "numerosi borghesi promiscui per sesso e per età, che poi gli risultarono appartenenti a razza ebraica".

Il treno si mosse alle 14. Una giovane che veniva da Milano per raggiungere i suoi parenti a Roma, racconta che a Fara Sabina (ma più probabilmente a Orte) incrociò il "treno piombato", da cui uscivano voci di purgatorio. Di là dalla grata di uno dei carri, le parve di riconoscere il viso di una bambina sua parente. Tentò di chiamarla, ma un altro viso si avvicinò alla grata, e le accennò di tacere. Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio umano, è l’ultima parola, l’ultimo segno di vita che ci sia giunto da loro.

Nei pressi di Orte, il treno trovò un semaforo chiuso e dovette fermarsi per una decina di minuti. "A richiesta dei viaggiatori invagonati"- è ancora il macchinista che parla - alcuni carri furono sbloccati perchè "chi ne avesse bisogno fosse andato per le funzioni corporali". Si verificarono alcuni tentativi di fuga, subito repressi con una nutrita sparatoria.

A Chiusi, altra breve fermata, per scaricare il cadavere di una vecchia, deceduta durante il viaggio. A Firenze il signor Zazza smonta, senza essere riuscito a parlare con nessuno di coloro a cui aveva fatto percorrere la prima tappa verso la deportazione. Cambiato il personale di servizio, il treno proseguì per Bologna.

Né il Vaticano, né la Croce Rossa, né la Svizzera, né altri stati neutrali sono riusciti ad avere notizie dei deportati. Si calcola che quelli del 16 ottobre ammontino a più di mille, ma certamente la cifra è inferiore al vero, perchè molte famiglie furono portate via al completo, senza che lasciassero traccia di sé, né parenti o amici che ne potessero segnalare la scomparsa…”



Ricordare è un dovere continuo, pressante. E' necessario ricordare che questa tragedia disumana e incredibile è accaduta neppure troppo tempo fa, ed è scaturita da nazioni e società che si professavano civili ed enormemente progredite.
Da quando sono piccolo questo è un argomento tra quelli maggiormente presenti nella mia mente, a cadenza piuttosto frequente; non per trasmissione diretta (non ho ascendenze direttamente, nè indirettamente colpite da tale dramma - per quanto si può dire di non essere toccati da un accadimento come questo). E' solo che molti argomenti, dato il mio vizio di pensare spesso in maniera aritmetica, ridotti ai minimi termini mi portano qui. A ritenere che, in fondo, c'è sempre qualcuno che, con il fanatismo, il carisma e l'atteggiamento populista, può portare una cerchia di impressionabili a considerare (basta questo ed è già follia!) che altra gente sia inferiore a loro.
Mi spaventa terribilmente rendermi conto che gli impressionabili, i ratiolesi (mi si perdoni il neologismo) sono in iperbolico crescendo. A mio parere qualsiasi persecuzione, qualsiasi xenofobia, omofobia o idiozia del genere è sintomo di fiacchezza morale ed imbarbarimento, nonchè possibile scintilla di nuovi nazismi. Che sia il colore della pelle, la religione, la nazionalità, il colore degli occhi o dei capelli.
Per questo io ritengo fondamentale ricordare. Ma il ricordo dev'essere riflessione, non manifesto sterile.

Mi scuso se l'impressione data da questo post non è di grande accuratezza, ma sono un po' di fretta, e ho scritto di getto. Spero più che altro di aver dato qualche spunto di interesse, qualche suggerimento di lettura, aldilà delle riflessioni che sono una questione privata (come direbbe Fenoglio), tra sè e sè.

lunedì 25 gennaio 2010

Frac e ottoni...

Questo sarà un post di pura masturbazione egotica.
Se non vi sentite particolarmente voyeurs, potete anche saltarlo.

Per coloro che non conoscono molto bene Torino, è giusto che gli si dica che che in questa bellissima città nel 1888 si trasferì l'azienda Leone, da Alba, nella cui città (dove peraltro son cresciuto) era nata nel 1857. Ora, la Leone è un'azienda veramente storica, tanto da aver dato origine ad un modo di dire - "Marca Leone!" - per riferirsi ad una cosa fatta veramente ad arte. Chi non la conosce si starà domandando (ammesso che non abbia già chiuso la pagina): - Ok, ma che fa 'sta ditta Leone?

Ebbene, produce dolcezze.
Caramelle, pastiglie digestive, cioccolato, ed altro.
E voi direte: - E mica è l'unica!

E' vero. Ma che volete farci? Ho un debole per queste caramelle. Un po' per i gusti davvero originali e l'aspetto, due cose che hanno proprio un che d'antan: dissetanti, digestive, speciali ed altre ancora. Ma c'è ancora dell'altro che alimenta il feticismo, e che mi rende caramella dipendente: guardate queste confezioni! Pin up e signorine in stile quasi burlesque, o "pubblicitarie", "teatrali", oppure decorate con uno stile che tanto rappresenta buona parte della città sabauda: il Liberty (Art Nouveau in Francia, Jugedstill in Germania e via discorrendo) - a mio parere il più meraviglioso ed elegante stile architettonico, pittorico, estetico della storia europea (guardare il film Chèri è stato puro godimento!) tanto che avrebbe meritato di resistere fino ad oggi ed oltre per la sua assoluta modernità.
Ah, volete vedere le caramelle liberty? Eccole: qui, e qui.
Le scatolette sono veri e propri marchi di fabbrica: guardate un po' l'evoluzione nel tempo!

E cos'altro potevano fare quelli della Leone per farmi giocare ulteriormente a fare il dandy? Ecco cosa! Ok, ok...i puristi diranno che questo non è Absinthe vero e proprio, ma liquore all'Assenzio. Giusto, ma fa la sua bella figura! ^__*

Ma io volevo portarvi ad una cosa precisa. La mia bella che - l'ho già detto? - mi vizia veramente e sa cosa mi piace (più di quanto lo sappia io!) spesso mi ha regalato di queste caramelline, e volentieri in confezioni belle come quelle che avete visto.
Ultimamente me ne ha regalata una che è precisamente intonata al mio amore per il jazz, per lo swing, ed al mio essere aspirante trombettista. E la cosa mi ha gasato così tanto che ho deciso di postarvi le foto!




...E dopo queste foto, come potrei esimervi da un valzer che parla del frac di un uomo morto? Ok, avete ragione... Potrei.
Ma ve lo beccate lo stesso!
Sono i Primus, e il brano è "Coattails of a dead man". Se nel brano vi sembra di riconoscere qualcuno che spesso bazzica da queste parti...beh...ci avete preso.

giovedì 14 gennaio 2010

Skyline and jazz in black & white...

Ciao gente,
è proprio vero che se uno vuole cose un po' particolari deve farsele da sè...
Un momento! Ma che andate a pensare?! Non intendevo quello che state pensando... Siete in malafede, perchè comunisti e perciò vi ricuso! ^__^
E' soltanto che volevo un bello screensaver per il pc; sapevo già come, ma non l'ho trovato proprio così. E allora me lo sono fatto da me. Non è altro che una serie di immagini in bianco e nero di skyline metropolitani, in notturna, legati da vari effetti di transizione. E in sottofondo il brano ""Générique" suonato da Miles Davis, dalla colonna sonora di Ascenseur pour l'échafaud.
Cmq sia, ho pensato di renderlo disponibile a chiunque fosse interessato: qua ho caricato uno spezzone, e qui, se volete, lo potete prendere.

A presto!

domenica 10 gennaio 2010

Post (-scriptum)...



Voglio tornare sull'argomento affrontato nel post precedente. Grazie ad una segnalazione della mia Ale, che ha visto oggi pomeriggio la trasmissione dell'Annunziata "In mezz'ora", ho recuperato il filmato che vedete qui sopra.
Godetevelo. E traete le vostre conclusioni.
Chi è Antonello Mangano? Anche qui la mia bella mi ha presentato sotto gli occhi una pagina molto interessante, una pagina che parla del libro pubblicato da questo giovane uomo.
L'ho letta, mi sono saliti nuovamente conati di rabbia. Ve la ripropongo, per dimostrare che nel post precedente argomentavo, come detto, con la massima sincerità:
“Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente anche l’Italia” - Antonello Mangano.

Qualcun'altro ne ha parlato: qui, e qui.

Ribadisco: occorre restare svegli...

Intolleranze...

"Come stracci, non come “coriandoli”,
stiamo già (basta leggere il giornale)
svolazzando, eminente cardinale,
noi di questo paese che soltanto
se umiliato e a pezzi, sfilacciato,
vi conforta al sorriso.
"

(da Paesaggio Italiano, Anna Setari)


Ciao a tutti e ben ritrovati,
interrompo il silenzio per uno sfogo. In realtà non credo che questo post servirà a granchè, ma mi scappa e ho pensato di farlo qui. Ho cominciato il post con questi versi di Anna Setari, poetessa che non conoscevo, e non la cito a caso. Anna Setari della quale so poco e nulla; per quel poco che so, la prego, se legge, di contattarmi, in qualche modo.
Premetto, sarà un post a metà tra il piuttosto e il molto lungo; siete avvertiti, vedete voi se vi va di continuare.
Facendo zapping sul divano mentre la mia bella ravanava sul suo mini-portatile (odio il prefisso “mini”, ma vabbeh), sono incappato sul servizio del Tg4 inerente ai fatti di Rosarno. Credo di aver già dichiarato qualche volta di essere calabrese. Già, e sono proprio originario di un paese molto vicino a Rosarno. E vorrei dire la mia, in maniera assolutamente sincera.

Tutta questa faccenda non fa che aumentare l’angoscia che provo, se devo pensare al futuro, se devo pensare al figlio o alla figlia che potrei avere. È chiaro come il sole il tentativo di questa neodestra, tutta italiana (in altri Stati dell’Europa non è così – benchè l’idiozia sia apolide).
Certo, ci sarà qualcuno che dirà che sono pazzo, che vedo il demonio dove non c’è, che sono un mitomane. Eppure io vedo distintamente, giorno per giorno, gli sforzi di chi detiene il potere (politico, economico, carismatico) per portare questo Paese indietro nel tempo; per (ri)portarlo ad un punto storico di pura ignoranza e fiacchezza morale tale da essere facilmente plasmato e condizionato. Ci stanno levando ciò che ci rende (solo in teoria) superiori agli animali e che ci ha permesso di evolverci.
No, non parlo dei pollici opponibili., ma della capacità di discernere e ragionare.

È limpido. Si è cominciato con le cose più piccole e discrete, e piano piano si è aumentato il volume.
Direte che sono mentalmente bruciato, ma a me talvolta sembra di essere lucido e freddo come una lama.
Avete fatto caso alle ultime uscite in edicola? “Crocefissi da collezione”, per esempio – non sto scherzando, esiste sul serio; d’altra parte, chi non ha mai desiderato un crocefisso di Giotto in scala da appendere in bagno o da usare come portachiavi? Si fa leva sull’effetto talismano, sul dovere morale (pena la scomunica) per essere pecorelle ubbidienti. Tale e quale al medioevo. Chiaramente non parlo di chi gode la propria religione con interezza e sincerità, condanno il fanatismo e l’assolutismo.
Altre uscite in edicola? “Mussolini e il fascismo”. Vogliamo per caso celebrarlo?! Ma no, mi si dice: è per dovere di cronaca storica… Mi pare che per ricordare i crimini che ha fatto ci sia fin troppo materiale (purtroppo); non mi pare il caso di omaggiarlo. E che qualcuno venga a parlarmi di quel che Mussolini ha fatto di buono, l’Agro Pontino… Un santo! Certo, come un padre che aggiusta i bulloni della culla del figlio e poi gli spara nelle gambe.
D’altronde, qua si sta riabilitando (come già si era cominciato a fare da subito dopo la morte) un criminale latitante come Bettino Craxi. Però, poverino, è morto. Allora riabilitiamo Hitler, Jeffrey Dahmer, Al Capone: sono morti, no? Viviamo in uno Stato il cui Parlamento e, addirittura, il cui Governo ospita disgraziati che partecipano alla commemorazione di un criminale latitante. Il nostro Premier andrà in pellegrinaggio nel covo (leggi villa miliardaria) del latitante per porgere il suo omaggio a distanza di dieci anni dalla morte del reo. Persino una commemorazione al Senato. Sono profondamente disgustato.

Ma la sto prendendo alla larga, avete ragione, e se volete cambiare canale non vi biasimerò.

Per riprendere le redini di questo discorso sulla deriva di idiozia troglodita di un Belpaese che sbandiera le sue caratteristiche di Made In Italy degno di lustro, di culla del Rinascimento, di patria del Bello e della Cultura aggiungo un altro piccolo tassello, prima di chiudere il cerchio servendo il finale anticipato nel preambolo (trama circolare, come insegnano Aldo, Giovanni e Giacomo).
Avrete sicuramente seguito, almeno di straforo, la questione Balotelli (giocatore di colore ma assolutamente italiano, e questo dovrebbe darci molto da pensare) – il quale esasperato dai cori razzisti di un grosso numero di tifosi veronesi ha sbottato in una frase impulsiva, immediatamente strumentalizzata con il solito, vergognoso populismo. Non sto a dirvi come la penso, ma sono pienamente d’accordo con Il Fatto Quotidiano.

Ed ora, quattro chiacchiere sulla faccenda Rosarno.
Se fate un giretto sul sito di rete4, puntata del 9/01 in orario pre-cena, potrete godere di un Fede in una forma di viscidume e demagogia per destrorsi smagliante. Solite sparate sui centri sociali, solite stronzate sull’accoglienza dell’Italia mal ricompensata.
Ma quel che mi ha disgustato di più è stato vedere miei conterranei (o conterronei, come dico io) comportarsi con falsità vigliacca, con omertà laida.
Non c’è dubbio che scene del genere per la cittadinanza siano terribili e terrifiche, è indubbio che scene di violenza e guerriglia siano da condannare tout-court.
Ma avete sentito i due tizi intervistati? Dicono “Li abbiamo accolti, li abbiamo sfamati dal ’90, e loro ci ripagano così!” e “Noi vogliamo gente in regola, devono regolarizzarsi per stare qui!”
Nulla di più falso e biecamente vigliacco.
1) Nessuno ha accolto e sfamato nessuno con spirito francescano. Io sono passato molto spesso per quelle zone. E so quello che c’è dietro. So bene, come voi se ragionate un minimo, che è l’ennesima forma di schiavitù.
Queste persone giungono dai rispettivi Paesi per lavorare, perché hanno famiglie da mantenere lontane migliaia, o decine e centinaia di migliaia di chilometri. Perché sono rifugiati politici, in fuga dalla guerra o da condizioni di vita al limite della dignità umana – se non al di sotto di esso. Spesso tutte le tre cose insieme. Un delinquente non si sfonda la schiena per copertura. Io ho visto in che condizioni lavorano abitualmente, so che sono abbandonati a sé stessi nei campi dall’alba fino all’ora del buio (e d’estate sapete cosa significa), e in città non li si vede quasi mai. Una sorta di apartheid (vi dice nulla questa parola orrenda? Lo so, credevate fosse condannata al disuso).
2) Non è vero nulla che vogliono gente regolarizzata. Certo non li vuole regolarizzati chi li sfrutta – e di conseguenza chi giova del grosso peso sull’economia che deriva da tutto questo. Praticamente la città.
Finchè sono irregolari sono suscettibili ad ogni sopruso, ad ogni ricatto, ad ogni violenza. È storia risaputa. Credete sia piacevole vivere da clandestino, ammazarsi di lavoro, essere disprezzato da coloro che ti sfruttano e non avere accesso neppure ai tuoi diritti naturali di essere umano? Io non credo.
Non pensiate: partiti questi pullman colmi di clandestini arriveranno altri poveracci (se non addirittura gli stessi) per riprendere quel che è stato interrotto. Con il beneplacito di cittadini omertosi che si faranno belli al bar ed in televisione parlando di “regolarizzazione”.

È vergognoso, poi, vedere il carosello degli uomini (proprio così, in minuscolo) delle istituzioni che, di fronte alle telecamere, propugnano discorsi e ideali di tolleranza e solidarietà nelle direzioni più disparate: gay, neri, trans, ebrei, etc. Sanno benissimo che i gesti e i silenzi valgono più di mille parole. E qui, disseminati nei punti strategici, abbiamo fulgidi esempi di arroganza e prepotenza cavernicola.
Ora abbiamo degli immigrati gambizzati, dopo essere stati sfruttati, umiliati, privati di ogni dignità; dall’altro lato gente fortunata che ha lucrato e speculato su questi sfruttamenti, umiliazioni e privazioni di ogni concetto di dignità umana nei confronti dei primi – la stessa gente che non vuole essere ghettizzata dal resto d’Italia e che ora s’indigna. Qualcuno sa dirmi dov’è la ragione? Qualcuno sa mostrarmi dov’è l’accoglienza in questa storia?

Imploro questo Paese di svegliarsi, perché è in corso un tentativo di aizzare i poveracci contro i poverissimi. È così facile mostrarsi nel giusto quando si è forti. Ma, mi domando, se ognuno di noi si trovasse in una terra straniera, senza conoscerne la lingua, senza accesso ai propri diritti, senza possibilità di mostrarsi in condizioni dignitose, contro un muro di pregiudizi e senza visibilità, ebbene mi chiedo: da chi verrebbe creduto?
Attenzione, perché è un puro caso che ciascuno di noi non sia al posto di questa gente. Chi ci dice che non potremmo diventare noi, quelli da mettere in cattiva luce?