Quanti momenti diversi, quanti scarti di emozioni, cambi di marcia – con l’umore che si assesta alla catena come in una bicicletta. Ho la presunzione di immaginarmi profondamente sensibile. E vorrei tutti intorno, anche voi, per raccontarvi quello che provo, o quello che accade, di momento in momento. Quello che accade, talvolta, solo nella mia testa.
Poi però penso che se solo mi ci provassi, facendolo mi risulterei schiettamente antipatico; mi rendo conto che somiglierebbe ad un sermone – cannando clamorosamente l’intenzione. Non mi riuscirebbe nemmeno, poiché sono quasi un disadattato sociale, certe volte. Misantropo, orso, eppure curioso. Quando sono in mezzo a troppi simili mi si inceppa la lingua, mi perdo le sillabe - la testa partorisce ottime cose, la bocca le rovina. Eppure, da ciò che ho evinto, traspare nonostante tutto la chiara disposizione d’animo ad apprendere, a conoscere. Ci vuol pazienza, e allora posso essere un uditore entusiasta. Per tutto ciò che mi si vuole raccontare, posso trovare affascinante persino la mancanza di fascino, com’era per Truman Capote; ma manco completamente delle norme di buona creanza. Per intenderci: non domanderò mai di mia iniziativa come va il lavoro, o quanto una certa persona ha pagato la macchina. A chi mi dirà – Ho fatto una bellissima passeggiata! – difficilmente chiederò – Ah, sì? E dove? Perché non mi interessa – ed è un “non m’interessa” di vera premura: non ho mai gradito molto l’intrusione altrui, per cui ho il terrore di essere invadente. Mi bevo attentamente quel che mi si dice, per pura infusione di umanità.
Così difficilmente racconterei di un numero esiguo di giorni in cui sono passati diversi stati d’animo sotto la bicicletta, benché la superficie sotto le ruote non mostrasse increspature. Alla fine ho sempre pensato che, con qualche rarissima eccezione, ho un lago scuro impassibile, sottoterra. E questo sono.
Eppure mi agito, viaggio – tutto interiormente, e mi riempio gli occhi di romanzi.
Stamattina, passeggiata al mercato come tanti altri sabati. E come si fa a non avere capogiri di suggestione con così tanti e differenti stimoli? Una donna si è fermata al banco della frutta, un po’ distante da noi. L’ho notata pur essendo sovrappensiero, perché ha chiesto dei cavolfiori “non eccessivamente grossi”.
Mi pare una richiesta più che legittima. Eppure io non l’avrei mai fatta.
Tante volte basta un nulla per farsi una trama.
Passeggiando e chiacchierando con la mia bella, seguivo curiosamente questa donna con lo sguardo. Senza alcuna malizia. Ed era già romanzesco tutto questo. Lei esaminava la merce in punta di dita. Poco più avanti ho scoperto che in realtà era accompagnata da un giovane uomo, ed è stata un’illuminazione portentosa. Allora, facendo attenzione al tono della voce, ho detto alla mia bella – Mi sto chiedendo com’è la vita di quell’uomo…
In quella curiosità non c’era traccia di pregiudizio o luogo comune. Puro e semplice interesse ad una storia. L’attenzione s’era spostata su di lui, il personaggio che sarebbe stato il narratore, in un attimo. Torino è piena di edifici d’epoca, non necessariamente di lusso. Anche lontani dal centro, ed anche in condizioni poco decorose. Se le luci sono accese e la giornata non è troppo luminosa, un paio di tende leggere bastano a mostrare figure che si muovono. E io m’invento un sacco di sciocchezze. M’immagino qualcuno che accudisce un malato in casa, m’immagino un giornalista che scrive, m’immagino una telefonata concitata di una donna a suo fratello per confessargli di aver tradito il marito. Quand’ero più giovane e immaturo ero stupidamente inflessibile, ora origlierei senza condanne.
Vedo tante facce anziane piene di storie, facce che sembrano italiane e parlano straniere – e viceversa. Vedo un sacco di gente, e penso che sanno molte cose che io non so. Il cinese che passa sa certamente scrivere in bellissimi, scarni ideogrammi, ed io non lo saprò fare mai, probabilmente.
Torno a casa, e vedo ammucchiate le cose che mia sorella mi ha tenuto da parte, sgomberando la camera al piano di sopra, nella casa dei miei dove abitavo prima di conoscere la persona che amo.
E sono felice, perché era ora, ed è un motivo grandioso: sta per arrivare il mio primo nipotino.
C’è anche una busta, piena di lettere di una ragazza che ho amato, prima. Una ragazza che mi ha adorato, nonostante una mia enorme immaturità. Una ragazza che il mio amore di ora conosce e apprezza sinceramente. Che ora è un vero e limpido affetto nella mia vita, ma che ogni volta aspetta un passo da me per riversarmi la sua piena di novità. In quella busta ci sono anche le mie lettere, saranno un paio, forse tre. La mia Lei di ora mi dice premurosa che forse una scatola sarebbe più decorosa per contenerle. Io le dico che penso proprio non sia il caso, e poi in cantina c’è umidità che rovinerebbe il cartone rendendolo inutile.
Forse, con ingenuità, voglio manifestare sguaiatamente che posso essere davvero distaccato da quell’età.
Domani torno nella casa dei miei, con quello che voglio sia il mio amore fino alla morte, a festeggiare il cinquantesimo compleanno di mia mamma. Una mamma bellissima, bizzarra e moderna che, per molti versi, ne dimostra almeno dieci di meno. Forte, e capace di imparare da noi figli tante cose, tutti insieme. Di imparare da noi anche insieme a mio padre, del quale ho una nostalgia spaventosa, e il quale si sta perdendo tante cose – tra cui il primo nipotino che arriva. Il quale chissà se sa quanto mi ha rovinato l’idea che tutti avevano che fossi un piccolo genio – idea che ha fatto sì che mi perdessi i suoi migliori insegnamenti, quelli che ritenevo troppo popolani. Che mi fanno respirare freneticamente la notte, se penso che non glielo posso dire, e che mi fanno desiderare, a volte, di non avere più altri affetti e finalmente poter tentare l’unica strada per incontrarlo. L’unico, profondo desiderio di ora.
Come farei, ecco, a raccontare tutto questo con calma? A spiegarlo con pacatezza, senza l’aria da fulminato se, una volta no e due sì, la bocca va più a rilento del cervello?
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