"La Giustizia deve avere il suo corso, come Garibaldi."
Marcello Marchesi

"In un mondo senza malinconia gli usignoli si metterebbero a ruttare."
Emil Cioran

giovedì 24 dicembre 2009

Tanti auguri a tutti!

L’è tèrd, la gèint la va vers cà o l’è lè
anchèrra per un bris in un ruglètt
a ciàcri, a squès e brisli d’aria in pè
al limit chèld dal frèdd, pròunta al marchètt
dla nòt, dla chèrna, di an insèmm pr’un sé;
ad ogni avrirs dla porta un vèint d’lamètt
al ràs.cia via na nota dai sparti
dmandànd a la cantanta s’l’ha fini.


E’ tardi, la gente va verso casa o è lì
ancora per poco dentro un crocchio
a chiacchiere e moine, briciole d’aria in piedi
sul limite caldo del freddo, pronta alle marchette
notturne della carne, degli anni insieme per un sì;
ad ogni spalancarsi della porta un vento di lamette
raschia via una nota dagli spartiti
chiedendo alla cantante se ha finito.

Emilio Rentocchini

Chet Baker - "Come all ye faithful"
Chet Baker - 05 Come All Ye Faithful
Found at abmp3 search engine



Chet Baker - "Silent Nights"

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Silent Night...

lunedì 14 dicembre 2009

Il mio pezzo per il blog per quanto concerne l'aggressione a Berlusconi.

(Quel tono di colore dove mai l’avresti immaginato).

«O animaI grazioso e benigno
che visitando vai per l'aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l'universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c'hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a vui,
mentre che 'l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove 'l Po discende
per aver pace co' seguaci sui... »




Il primo che viene a dirmi che la letteratura non serve a nulla lo prendo seriamente a pedate. E se non riconoscete la citazione, anatema e 5 meno meno in pagella a voi.
La mia mente, non c’è dubbio, è strana. Ma queste parole si sono stagliate nel mio cervello in maniera automatica, fino ad un’illuminazione. Ahimè, misero io, la sola occasione in cui sia riuscito a raggiungere l’essenzialità perfetta a cui anelo l’ho fatto con parole d’altri. Pazienza, la prendo come una lezione.
È tutto qui. E mi pare che non manchi nulla: “l’animal grazioso e benigno” del nostro buon governo va visitando per l’aere, com’è suo uso, e noi – “comunisti” che di color sangue tingemmo il mondo – se ci fosse amico il re de l’universo (che certo non tale non ci è – mangiapreti che altro non siamo) per la di lui pace noi’l pregheremmo.
Ora altro non possiamo fare, che restar buoni a udire e dire ciò che più vi piace, mentre ci tace il vento (e fischia, e la bufera infuria). Infatti siede la terra – quale status quo provvidenziale! – dove ‘l Po discende per aver pace co’ seguaci sui, invero, tutti di verde bardati.
Naturalmente questo è solo un abbozzo di parafrasi che, a volerla approfondire, davvero si dimostrerebbe ancor più pertinente.
Il prossimo che mi viene a domandare perché dovremmo riprendere in mano certi grandi testi lo prendo seriamente a pedate.

P.S. Qualcuno, non dico chi, può testimoniare il mio immenso potere divinatorio e profetico relativo all’immediato futuro.
Spero non serva dire che questo blog reputa esecrabile qualsiasi forma di violenza.

giovedì 3 dicembre 2009

"Swing" !

Adoro lo swing. Me ne sono innamorato, bizzarramente, prima della sbandata per il jazz. E' vero, è vero: lo swing è una costola del jazz, e basta pensare a quel fenomeno di Benny Goodman per avere ben presente questa faccenda di radici. Ma ciò di cui parlo io è la musica, e non solo, di Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Nat King Cole.
Ho già detto che se fosse dipeso da me, mi sarei disegnato come Il Bernardi del film tratto da "Il segreto del bosco vecchio"; bene, se ciò non fosse stato possibile mi sarei disegnato a forma di Sinatra.
Spesso mi piace ascoltare questa musica perchè è come visitare un luogo che non ha tempo, è in un "altrove" non definito ed eterno per me, dove tutto è sempre scintillante. A chi non piacerebbe essere stato un componente del "Rat Pack"? A me di sicuro. Essere elegante, guascone, romantico ed audace. Uno sbruffone divertente, dalla bella voce e sempre a suo agio, forte della sua spregiudicatezza. Cantate un pezzo di Sinatra o Dean Martin - se avete una bella voce! - ad una donna e si scioglierà tra le vostre braccia.
E poi mi piace lo stile che avevano questi uomini, questa eleganza innata che sembrava raggiunta senza sforzo apparente - ed è proprio questo il carattere peculiare dell'eleganza. I cappelli, poi: non erano un mero capo di vestiario; il cappello è qualcosa d'altro, un tratto distintivo. Qualcuno disse che per portare bene un cappello bisogna dimenticare di averlo in testa, e quant'è vero! Il Pork Pie di Sinatra era un simbolo di classe inarrivabile. Da poco qualcuno (indovinate chi), mi ha regalato un paio di cappelli bellissimi: sono due "Trilby" molto casual che vanno ad aggiungersi alla collezione di cappelli, coppole, etc. Magari poi vi posto le foto e vi dico dove li ha comprati!
Ma il senso di questo post è in un filmato che vorrei condividere con voi ( altrimenti a che serve un blog, se non a condividere? Non certo a rendervi partecipi dei fatti miei e basta...).
E' un video che ho trovato in rete e che mi fa sbellicare dal ridere; rende pienamente il perchè io ami questo genere, che non è solo musica. Ci sono due grandi miti dello spettacolo già più che affermati che cantano con professionalità, con uno stile che oggi non si vede neppure di striscio. E che, però, si prendono in giro e si divertono come due bambini.
E' un medley di pezzi (Love Is Just Around the Corner, My Kind of Girl, But Beautiful, L.O.V.E, I Get A Kick Out of You, Goody Goody, Guys and Dolls) fantastico, ma se si conosce un pochino di inglese si riescono a cogliere tutte le sfumature davvero esilaranti di questi due grandi mascalzoni. Soprattutto dopo i quattro minuti.
Cose del genere mi fanno provare una gran gioia mista a nostalgia, una saudade per qualcosa che posso solo vivere di riflesso.

"Fili"...


Ieri sera è stato un bel momento. Dopo qualche tempo siamo tornati al Colosseo (no, non quello romano - quello torinese, il teatro). Soprattutto lo frequentiamo per concerti. Ieri sera, invece, per una bella iniziativa di Ale: assistere allo spettacolo "Fili". E' quasi sempre lei l'entusiasta, quella che mi trascina, quella che cerca le occasioni mondane che io rifuggo, a volte, come la peste. Forse sa quanto, in realtà, mi facciano bene. Le sono grato.
Erri è presente con molte opere nelle nostre librerie. Ale credo ne apprezzi particolarmente il suo modo di raccontare Dio e gli uomini, il suo modo di rendere vivi i testi biblici.
Ale è molto più coraggiosa di me nel calarsi a capofitto nella bibliografia di ogni nuovo autore di cui s'innamora letterariamente, diversamente da me che, incappando in un'opera che vivo come folgorazione, ho sempre tentennamenti nel proseguire - anche se, alla fine, spesso lo faccio.
Quel che io apprezzo di Erri, al di là dell'uomo e della sua storia, è la sua capacità di essere definitivo. E' quel che cerco continuamente in un libro ed in ogni opera d'arte in genere, quel che cerco nelle storie e nei racconti. Ed è quello che perseguo quando talvolta mi capita di scrivere. Le sue storie hanno sempre un senso di definitivo, e una spiegazione che mi sono dato è la sua natalità: essere nato a Napoli, ed aver vissuto quell'infanzia credo abbia contribuito a formare quell'intreccio potente di vita tenace e di confidenzialità con la morte. Aggiungiamo poi lo studio appassionato dell'ebraico (che ha presente quel retaggio millenario di persecuzione e di elezione), l'opera di traduzione delle Sacre Scritture e quella sensazione diviene certezza.
Basta guardarlo: trovo che il suo viso sia manifesto dei suoi racconti.

Ieri sera è stato bello, nonostante sia cominciato con un'acustica pessima (messa a punto dopo poco). Momenti toccanti i racconti di Erri sulle migrazioni, sulla sua Napoli. Le interpretazioni degli attori di alcune sue pagine, tra cui questo racconto. Qui invece una bella chiacchierata con Erri di Isabella Santacroce.
Lascio un video: Erri che legge un suo scritto. A qualcuno potrà non dir nulla, ma non importa.

mercoledì 2 dicembre 2009

(Senza titolo...)

Bene bene,
mi prostro e mi cospargo il capo di cenere per l'assenza da questo e (soprattutto) dai blog altrui. Altre cose mi hanno rubato a questo piacevole passatempo, e credo sarà così per un po'. Facciamo così: considerate questo blog semichiuso: appunterò i post man mano e li pubblicherò in differita. Naturalmente passerò ogni qualvolta possibile tra le altrui pagine perchè, motivazioni ovvie a parte per chi è amico nella vita a prescindere, ho sempre trovato bello leggere le vostre cose, proprio come le scrivete. Ma non è il caso di salutarci; ho detto semichiuso.
Nessuno si senta offeso o urtato nella propria coscienza dalle righe seguenti, non n'è alcuna intenzione di fare invettive o generalizzare. Forse non ho espresso benissimo quel che volevo dire, ci arriverò nel tempo. Ho tagliato molte parti (parlo - e scrivo - persino troppo per i miei gusti, e quando posso mi taglio.)
Procediamo. Dobbiamo terminare il lavoro, e non siamo scossi (dieci punti a chi riconosce la citazione).

Un giorno, un bel po’di tempo fa, scrissi a proposito della commozione intima che mi colpisce ogni volta di fronte ad una manifestazione divina. Scrissi, in quella lettera che era indirizzata a potenziali e indistinti lettori “…nella misura in cui la vostra anima è vulnerabile vi commuoverete. Per quel che mi riguarda, la mia sensibilità è una lumaca senza guscio.” Non usai quelle parole a caso: una chiocciola ha un’esistenza fragile, ma ha pur sempre una casa. Una lumaca è sempre e comunque esposta. Ed è umida, raccoglie nei suoi passaggi. È piccolissima per questo mondo, e si nasconde. Così come si nasconde questa parte di me. Quando una piccola cosa mi emoziona, c’è come una frusta nell’anima; mi nasce un entusiasmo muto e mi sento profondamente commosso. Molto spesso sono cose poco evidenti, e a vedermi chi mi conosce poco non lo immagina neppure. Ma dentro sboccia una tale meraviglia che a volte dice: “ecco, ora potresti pure morire di gratitudine”.
Accennavo alle manifestazioni divine. Allora non posso scansare una precisazione: quello a cui, alla fine di tutto – forse, credo è un Dio Laico. La maniera in cui sono fatto è assolutamente inconciliabile con un Dio calato pedissequamente nel copione fermo e irreversibile (e, al più, metaforico) delle Sacre Scritture.
Si fa un gran dire di difesa del crocefisso, in questi giorni, di difesa di un identità italiana che è baluardo del Cristianesimo. Trovo ridicola l’idea del crocefisso sulla bandiera (mi domando, allora, perché non reincollarvi la figurina Panini dello stemma Sabaudo?)
Quando La Russa sbraita paonazzo e invasato, irrorando a pioggia di saliva gli incauti che gli porgono la fatidica domanda, mi chiedo se davvero, nella sua coscienza, creda a quel che sta dicendo. La Corte Europea dice: “Via il crocefisso dalle aule”? La Russa (il quale, guarda a volte l’ironia della sorte, ha un tale aspetto mefistofelico!) attacca: “Possono morire, ma non lo togliamo.
Ora io mi chiedo: perché tanta veemenza nel difendere questo simbolo ostentata da tanta gente, e da certa gente? Trovo che appendere un crocefisso in aula, se sta lì e basta, sia come quelli che mettono l’immaginetta di Padre Pio nel portafogli prima di un esame importante; praticamente un amuleto. La cosa è davvero blasfema, ne sono convinto persino io. Dite che poi queste stesse persone fanno prendere un po’ d’aria, ogni tanto, a tale immaginetta – giusto per rivolgere un pensiero a questa figura, per riflettere su come potere essere uomini migliori, per il prossimo e per sé? Per mio conto, mai visti.

Tutto questo lungo e noioso intermezzo per tornare, adesso, a quel che dicevo prima: un Dio Laico.
Quando le persone che conosco recitano le preghiere a memoria, così automatiche che hanno persino un ritmo che sposta gli accenti e lega le sillabe per esigenza di metrica (quasi alla D’Annunzio), mi domando se il loro Dio è lusingato.
Quando alle messe a cui mi tocca di partecipare tutti mi porgono la mano in segno di pace, mi domando se con lo stesso sorriso la porgerebbero ad un uomo di colore per strada o ad un barbone con lo stesso augurio.
Quando sento un arabo osservante e a modo onorare Gesù come un grande profeta del Corano, e i nostri politici sbeffeggiare un Maometto pedofilo, mi chiedo se il Dio cristiano sia fiero dei suoi figli che interpretano così il buon dialogo.
Quando non capisco perché dovrei raccontare i fatti miei ad un uomo con la stola che è terreno quanto me, senza considerare che è a questo fantomatico Dio e, di riflesso, a me ed ai miei simili che dovrei chiedere perdono, mi chiedo se Dio sia d’accordo con questa delega.
Quando la Chiesa invita alla morigeratezza, a riflettere sul problema della fame nel mondo, e lo fa al caldo di lussuose e calde residenze con infiniti beni e senza dubbi sulla certezza dei pasti, posso solo provare ad immaginare cosa si dicono Francesco d’Assisi e Dio, guardandosi in faccia.
Quando il Papa (poi qualcuno ancora deve spiegarmi un sacco di cose sulla Chiesa in quanto istituzione, sull’imposizione di certi sacramenti, sull’ autoarrogarsi certi poteri – terreni ed ultraterreni…) invoca, auspica e propugna il perdono e la comprensione, ma non può vedere un gay o un trans mi domando se davvero Dio è con lui.
Poi penso a Francesco d’Assisi, follemente innamorato di Dio e della Sua opera. Entusiasta per la Bellezza di tutto il creato e della vita nella sua purezza e interezza – e sì che viveva comunque da povero. E cantava fiducioso le lodi al suo Dio, non gli serviva altro, e il suo insegnamento di coerenza ci è arrivato integro.
Spiego: io non riesco a comprendere la religiosità di certe persone. A volte la invidio. Ho cercato, e cerco di coltivare almeno una spiritualità animata dalla ricerca e dalla scoperta. Ho voluto ridurre all’osso (od ai minimi termini, fate voi) le letture sulla religione ebraica, sulla Qabbalah, l’Alchimia, sulle Sacre Scritture del Cristianesimo, le varie teorie escatologiche. Ho concluso che, per come la vedo io, Dio non esiste. O, meglio: Dio non esiste come qualcuno lo intende. Non ha la barba né il dito puntato. Non ha un cipiglio severo. Non ha turbante, gonnellino, non è bianco, nero, né pellerossa. Non esistono quartieri di Paradiso ognuno retto da un Dio diverso.
Avete mai visto le teste degli uomini calvi d’inverno? Svaporano.
Ecco: per la mia concezione, Dio è un po’ così.
Promana, talvolta, dagli uomini.
Quando un uomo è vinto dalla curiosità e sceglie di comprendere un uomo diverso, benché l’istinto gli proponga di avere paura, lì c’è Dio.
Quando le parole di un uomo gli sopravvivono e diventano patrimonio dell’umanità, lì c’è Dio.
Dentro un’opera d’arte meravigliosa, in una sonata di pianoforte nata per caso, nella capacità infinita di apprendere dell’uomo; bene, lì c’è Dio. Per il mio modestissimo parere.
Non credo che Dio possa essere in una statuetta fatta in serie, né nei proclami populistici, tantomeno nella circonvenzione di incapaci spirituali e dubbiosi tanatologici.

Sarò pure provocatorio ma, se volete un esempio, per me una meravigliosa preghiera è una canzone come questa.
Non riesco a credere che, se un Dio esiste, non finisca per commuoversi di fronte alla sacralità e alla delicatezza che un figlio, gay e truccato, ha tentato di esprimere con una canzone del genere. Mi viene da pensare ai vari La Russa & Co. che si scannano per il Vitello d’oro, mentre il più piccolo e bistrattato semplice si racchiude su di sé e canta il più sacro dei magnificat. Se invece la faccenda è come la vedo io, e Dio esiste solo per come la vedo io, allora questa canzone ha toccato vertici sublimi, emozionandomi profondamente ogni volta e perciò rendendomi una persona migliore e più attenta.
Un altro esempio? Prego:


P.S. Voi non sapete la pena per pubblicare questo post: ho problemi con la piattaforma Blogger e, nonostante abbia tentato con Opera e IE oltre al mio Firefox, non ne vengo a capo. Sto tentando in tutti i modi di commentare sui miei blog preferiti, ma non c'è verso: mi dà pagine di errore. Qualcuno ha una vaga soluzione da suggerirmi? Grazie in anticipo, e abbiate pazienza.

venerdì 13 novembre 2009

Tutti gli header del blog...

Rieccoci qui.
Come avrete notato, ho cambiato ancora una volta la testata del blog: impellenze, sapete... Come qualcosa di fisiologico.
Ma ho deciso che, come cronistoria d'identità di questo blog che un po' mi rappresenta pure, dovevo conservare da qualche parte tutte queste "copertine" e quelle che verranno, per me e per chiunque le vorrà consultare in futuro.
Eccole qui di seguito. Inserirò poi, nella colonna a destra, un link di rimando a questa pagina.










Petit-onze...

Ciao a tutti!
L'argomento del post non sono i Dieci Piccoli Indiani +1 (non è mica una succursale del superenalotto!).
Il Petit-onze è una forma di componimento poetico inventato dai surrealisti di Breton. Mette a dura prova la capacità di scrivere solo ciò che è essenziale; qualcosa vicino all'haiku, per intenderci. Per certi versi, potrebbe ricordare le costrizioni alla base dell'Ou.Li.Po.
Come si evince, il componimento deve sottostare alla regola ferrea di utilizzare non più di undici parole, in questa maniera: una parola alla prima riga, due nella seconda, tre nella terza, quattro nella quarta e di nuovo una nella quinta ed ultima riga.
Questa sera la mia bella è tornata da un corso che sta seguendo con uno di questi componimenti; l'esercizio che ha svolto consisteva in ciò: a coppie ci si descriveva vicendevolmente riguardo ad un tema (in questo caso l'amore), ed ognuno doveva comporre un petit-onze su quel che aveva compreso dell'esperienza dell'altro/a.
Giusto per farmi bello (!!!), ecco qui cosa la sua compagna ha composto da quel che ha compreso di Ale:

Lu
per Alessia
è amore travolgente,
una rinascita che chiama
Amore.


Quello che Ale ha composto sul racconto della compagna non lo pubblico per ovvi motivi di privacy, ma devo dire che ha confermato la mia convinzione che la mia bella possieda ben più acume di me nello scrivere.
Già, perchè la cosa avvincente è che - ad aver capacità - si può davvero arrivare a condensare una storia, un momento, un'immagine in undici, scarne, suggestive parole.
Vi invito, se vi va e vi può divertire, a lasciare nei commenti qualche vostro esperimento a riguardo. Io lascio una cosa buttata giù di sfuggita, un tentativo ispirato alla poesia "Non esistono amori felici" che Aragon scrisse per Elsa Triolet - che mi piace anche perchè mi ricorda De Andrè, quando cantava "...per i tuoi larghi occhi, per i tuoi larghi occhi chiari che non piangono mai..."

Elsa,
nessun amore
felice potrai godere
- nè tu grandi occhi,
Louis.


Aspetto i vostri divertissement!
A poi,
Lu.

Il brano del post stavolta è un brano molto particolare: "Eleven wives" dell'Avishai Cohen Trio. Cohen è un contrabbassista poderoso e portentoso, con buonissime doti compositive. Il pezzo in questione, personalmente, mi smuove ogni volta molte cose - è una specie di frenesia superiore. Spero vi piaccia, e vi consiglio di gustarvi anche il live del brano, su youtube.

Download bài hát Eleven Wives